Il Manifesto giovedì 12 luglio 2007 pag 15 - cultura
Da Laura Pugno dettagli oscuri di un medioevo apocalittico
Ambientato in un futuro di distruzione, «Sirene», romanzo d'esordio
della scrittrice romana, attinge singolari congegni narrativi dai manga giapponesi
per condurre il lettore in una zona psichica affollata di fantasmi minacciosi
Romana di nascita, classe 1970, Laura Pugno aveva pubblicato nel 2002 una notevole
raccolta di tredici «racconti visionari», Sleepwalking. Preceduto
di poche settimane da un poemetto, Il colore oro, esce ora Sirene, il suo primo
romanzo (Einaudi, pp.147, euro 11). È una storia immaginata in un futuro
che sarebbe poco definire disastroso, visto che un «cancro nero»
sta decimando senza rimedio l'umanità, dardeggiata dai raggi solari non
più schermati dall'ozono. La situazione va in malora inarrestabilmente
sulle coste della California, dove l'unica soluzione (ma non accessibile a tutti)
è vivere nei bunker sottomarini di Underwater, mentre sulle spiagge si
accumulano montagne di cadaveri e un'organizzazione criminale come la yakuza
sembra ormai l'unica forma di potere efficace e riconosciuto.
A complicare ulteriormente la vita degli uomini in questo terribile medioevo
post-tecnologico ci sono anche le sirene, allevate in speciali stabilimenti
nel Pacifico e destinate alla macellazione (la loro carne è molto pregiata)
o alla schiavitù sessuale in speciali bordelli per ricchi mafiosi. Ma
se il sushi di sirena è un piatto costoso e prelibato, servito nei migliori
ristoranti di Underwater, i giochi sessuali con le creature del mare sono sempre
pericolosi. I maschi di sirena, creature amorfe e stolide come fuchi, vengono
divorati appena finito il calore, e anche gli uomini sono costretti a impiegare
speciali accorgimenti prima di calarsi nelle vasche per soddisfare le loro voglie.
La vicenda raccontata nel romanzo inizia proprio quando Samuel, che lavora in
un centro di allevamento alle dipendenze della yakuza, cede all'impulso irresisistibile
di accoppiarsi con uno splendido esemplare di sirena «albina», scoprendo
a sue spese che è possibile ingravidare quegli animali, dando vita a
un ibrido ancora più inquietante... Fin dai racconti più giovanili,
e tanto più in questa prova decisamente più matura, Laura Pugno
bilancia l'immaginazione fantastica, con la sua necessaria dose di arbitrio
ed astrazione, con uno stile il più possibile nitido e consequenziale,
che fa quasi pensare a Tommaso Landolfi - o forse, più precisamente,
al Landolfi ripensato e quasi «reinventato» da Italo Calvino.
Questa efficace sobrietà è il principale indizio concreto di una
sistematica astensione, da parte della voce narrativa, di ogni forma di giudizio
o partecipazione. Pathos e immedesimazione, se ci saranno, nasceranno dalle
situazioni stesse che vengono raccontate. A patto di accettare i contenuti dell'immaginazione,
con tutta la loro lontananza da ogni esperienza concreta e possibile, fino al
punto in cui ci si rende conto che questa storia bizzarra e improbabile, in
realtà, ci mette in comunicazione con sentimenti e dimensioni simboliche
tutt'altro che sconosciute e remote.
Proprio come accade ai lettori dei fumetti giapponesi verso i quali, nella nota
finale del libro, Laura Pugno dichiara con precisione di riferimenti il suo
debito, quasi a dichiarare di aver tentato di dar forma a una specie di manga
scritto. Ora, se si trattasse semplicemente di un discorso di «fonti»,
di semplici contenuti dell'immaginario che si trasferiscono da un codice espressivo
all'altro, il discorso sarebbe, al di là del risultato, poco interessante.
Da un punto di vista semplicemente logico, infatti, un manga reale sarà
sempre più efficace di un suo equivalente scritto. A meno che, come fa
Laura Pugno, si riesca a ragionare a un livello più profondo di quello
dei semplici contenuti fantastici, individuando nei fumetti non tanto e non
solo un repertorio narrativo da declinare letterariamente, ma un certo numero
di espedienti formali, questi sì capaci di dare alla scrittura nuove
possibilità. Ed ecco che le frasi di Sirene, via via che la narrazione
prosegue e si ingarbuglia, e lo sventurato Samuel affretta la sua catastrofe,
danno l'idea di essere effettivamente pensate come vignette, ognuna in grado
di isolare un dettaglio visivo, o il segmento precisamente delineato di un'azione
in corso. Il risultato stilistico, anche se qua e là genera l'impressione
di un eccessivo impoverimento, è davvero notevole, e fa di Sirene uno
degli esperimenti più felici nella narrativa italiana recente. Tanto
più che, mentre continua a premere il pedale della sordina, la scrittrice
ci conduce inesorabilmente in una zona psichica molto oscura e minacciosa, affollata
da fantasmi di rabbia, violenza, eccitazione erotica. Sapientemente, come sanno
fare i migliori disegnatori di manga, la cura del dettaglio nitido e della visibilità
potrà cedere il passo a manifestazioni perturbanti di un informe che
nessun segno (grafico e linguistico) appare in grado di domare. E questo accade
proprio quando si tratta di parlare delle sirene vere e proprie, dotate sì,
come nella più scontata tradizione, di busto femminile e coda di pesce,
ma sostanzialmente indescrivibili, percorse da una continua instabilità
dei tratti, esaltata dagli effetti ottici dell'acqua. La carne di sirena, «carne
di mare», seduce gli uomini sollecitando le pulsioni gemelle del divorare
e dello stuprare. È un corpo che secerne umori, si avvolge di sottili
membrane, si offre per catturare al suo interno.
Laura Pugno insomma ha arricchito il già immenso catalogo di sirene della
letteratura universale con le sue perturbanti sirene-vagine, oggetto del desiderio
che ammalia e rende furioso un mondo esclusivamente maschile, nel quale il potere
è sadismo e tutta la tecnologia residua è una specie di immensa
macchina della tortura. Non solo è sull'orlo dell'irrimediabile e della
fine, allora, il futuro di Laura Pugno, ma è anche scosso da capo a fondo
da un oscuro, potente, terminale fremito erotico. Paradossalmente, la morale
somiglia più a quella di un affresco medievale che di un fumetto di fantascienza:
l'apocalissi e la perversione sono la stessa cosa, lo stesso orizzonte ultimo,
lo stesso destino universale. C'è da augurarsi che Laura Pugno torni
presto a battere, sciolte le ultime insicurezze, sul ferro ancora caldo di questa
intuizione poetica davvero degna di ulteriori sviluppi.
Emanuele Trevi