Il disincanto delle sirene di Underwater
Il romanzo sensuale della Pugno per resistere al buco dell'ozono letterario

Sirene, il cristallino e sensuale romanzo di Laura Pugno uscito per L’Arcipelago Einaudi in questi giorni, oltre a essere un libro molto bello ha il merito di sgretolare ulteriormente gli equivoci che (più frutto di ignoranza che di malafede…) continuano da circa quindici anni a sabotare il discorso sulla narrativa italiana delle ultime generazioni. Normalmente mi tengo lontano dalla letteratura fantastica o dal realismo magico, di solito un espediente per sgonfiare le vele della narrazione con la bonaccia di una retorica consolatoria che nasce e muore sulle strade di Macondo – o, peggio ancora, per rifugiarsi nelle ormai rassicuranti distopie manichee degli epigoni di Orwell. L’incubo ecologico immaginato dalla Pugno per Sirene non ha invece nulla di retorico o di rassicurante, e soprattutto non usa i modelli preesistenti come una stampella ma fa della propria lingua uno strumento per rifondare un immaginario che solo un Paese a cui è mancato l’aggiornamento per gli anni Ottanta di Apocalittici e integrati può considerare di secondo piano: quello dei manga e degli anime.

Sirene si svolge a Underwater, una città immaginaria costruita sotto l’oceano per sfuggire ai raggi del sole, diventati letali a causa del buco nell’ozono. Il tempo della narrazione è il classico “futuro possibile”, dominato dalla terribile epidemia del cancro nero, scatenata appunto dall’esposizione alla luce del giorno. Sotto l’egida della yakuza – una sorta di mafia governativa e ipertecnologica che domina le coste di Underwater – gli uomini scoprono l’esistenza delle sirene, ferocissime e sensuali creature sottomarine che, ridotte in breve a un innocuo stato di cattività, vengono utilizzate come carne da macello o come amanti nei bordelli per oligarchi. Samuel, quadro mancato della yakuza e addetto alle vasche di allevamento, è il Sam Lowry della situazione (vedi Brazil di Terry Gilliam…), la rotellina che cerca di sabotare l’ingranaggio ingravidando clandestinamente una bellissima sirena e poi cercando di restituire Mia, il frutto dell’accoppiamento – forse il prototipo di una nuova specie – alle acque dell’oceano.

Questa, molto brevemente, la trama del romanzo. La cosa interessante sta però nel fatto che l’intreccio è più che altro un mezzo per far parlare il contesto. Meglio, l’intreccio si discioglie in una soluzione salina che consente a Underwater di fiorire lentamente nella mente del lettore attraverso un sapiente gioco di descrizioni, di digressioni, di rimandi capaci di far scattare la sospensione di incredulità rispetto ai personaggi, alle loro vicende, al loro mondo, fusi nei momenti migliori del libro in una specie di “tutto” sinestetico e coerente. Ecco che seguiamo le avventure di Samuel e Mia braccati dagli sgherri della yakuza, ma tutto questo mentre scopriamo la fisiologia delle sirene (sentiamo il loro canto, condividiamo le loro abitudini alimentari, ci addentriamo nell’oscura fascinazione della loro sessualità…), mentre sperimentiamo il decorso del cancro nero (la progressiva degenerazione della pelle che si dischiude su una sorta di candore primordiale che precede la morte nel più straziante dei modi), mentre respiriamo chiaramente l’atmosfera da dopobomba in cui la civiltà è precipitata. Avete presente i cartoni animati di Miyazaki in cui non esiste sfondo, non esiste un vero e proprio apparato scenografico semplicemente perché ogni elemento dello sfondo è vivo e parlante, dotato di un particolare codice linguistico capace di incastrarsi chimicamente con tutti quanti gli altri dando l’impressione che il cinema, attraverso il movimento, si plachi nella sua antitesi: un perenne stato di equilibrio? Ecco, in Sirene ho avuto l’impressione che stesse lì lì per accadere qualcosa di simile.

A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi che c’entri tutto questo con la letteratura italiana. E qui torniamo al punto di partenza. Quando qualche anno fa Tommaso Pincio mandò in libreria Lo spazio sfinito e Un amore dell’altro mondo, i suoi detrattori si domandarono piuttosto acidamente perché mai un trentasettenne nato a Roma dovesse scrivere romanzi i cui protagonisti si chiamavano Jack Kerouac, Arthur Miller, Marilyn Monroe oppure non si chiamavano in alcun modo ma assomigliavano decisamente a Kurt Cobain. Nel 1996 Tiziano Scarpa (non a caso estimatore di Sirene) aveva pubblicato Occhi sulla graticola, altro pastiche e di manga e sperimentazione linguistica, che, al pari dei suddetti romanzi di Pincio, fu una ventata d’aria fresca per la nostra letteratura, che troppo frettolosamente (e comodamente) fu assimilato agli esperimenti del Gruppo 63 e la cui stranezza era tale solo per chi non aveva mai frequentato i modelli estetici rivisitati dall’autore, a differenza della maggior parte dei suoi coetanei e di pochi brizzolati happy few, che invece li conoscevano benissimo. Se questo presunto esotismo dell’estetica è un problema (e, letterariamente, non lo è), lo si sarebbe dovuto sollevare nel 1981 con Il nome della rosa. Ci si sarebbe dovuto chiedere: che cosa spinge un cinquantenne di Alessandria a raccontare il Medioevo come avrebbe fatto Steven Spielberg se, tra Incontri ravvicinati ed E.T., si fosse laureato alla Statale di Torino con una tesi su Tommaso d’Aquino? Fu sollevato questo problema, ma era quello sbagliato. La domanda giusta sarebbe stata: magnifica l’architettura in stile Disney, ma come mai i bulloni sembrano usciti dall’Ansaldo? Perché Eco scrive come un professore. La lingua, la lingua…

Il problema è che, da qualche anno a questa parte, si chiede agli scrittori under 40 di essere uno specchio sociologico della propria generazione così come questa emergerebbe dalla povertà dei resoconti giornalistici. E cioè bypassando ciò che gli darebbe o toglierebbe dignità letteraria: vale a dire una lingua personale e la rielaborazione del proprio immaginario. L’immaginario di chi è nato in Italia tra i Sessanta e i Settanta è inevitabilmente stato contaminato, tra le altre cose, dagli anime, i cartoni giapponesi – così come quella di Godard dai gangster-movie made in USA, trasfigurati nel big bang della nouvelle vague con Fino all’ultimo respiro. A loro volta gli anime – che, per complessità, raffinatezza, livelli di lettura, splendono cento volte più della Fiamma della regina Loana – rielaboravano in molti casi genialmente la grammatica di certe narrazioni europee che facevano parte del background dei loro autori: basti pensare alle saghe di “Lady Oscar” o di “Remì”. Non c’è nulla di strano quindi che una scrittrice come Laura Pugno, che ha fatto della ricerca linguistica un punto d’onore (basti pensare alla precedente raccolta di racconti Sleepwalking e ai recenti poemetti de Il colore oro) utilizzi la propria lingua, la propria personalissima metabolizzazione della lingua italiana, per rifondare appunto un immaginario che già le appartiene. Siamo davanti a una letteratura di secondo grado (altro assurdo argomento usato dai giornalisti italiani per svalutare un’opera letteraria)? Certo, dal momento che la prosa ha questa caratteristica nel proprio codice genetico, e questo non solo per amore delle teorie che la vorrebbero parodia e surrogato dei testi sacri ma perché – molto concretamente – il romanzo moderno nasce esattamente in questo modo: chiedere a Miguel de Cervantes.

Così per Laura Pugno, da semplice lettore, mi auguro soltanto che porti in territori più vasti e radicali la ricerca iniziata con questo breve romanzo. Per il resto – se proprio un intento sociologico ce lo devo trovare – Sirene sarà utile per capire se il provincialismo di molti addetti ai lavori è fermo ai livelli di quindici anni fa.

Nicola Lagioia